Dallo sviluppo di missili balistici in Corea del Nord alle catene logistiche militari in Russia, Palantir e Bitcoin sono diventati strumenti centrali nella guerra moderna. Una volta celebrata come mezzo per raggiungere la libertà finanziaria, la tecnologia crypto si è trasformata anche in un canale di finanziamento per stati sotto sanzioni e gruppi armati che operano al di fuori di ogni controllo istituzionale.

“Circa il 40% dei fondi crypto rubati viene utilizzato per lo sviluppo di missili balistici.”
– Fonte vicina alla Lazarus Group della Corea del Nord

Le stesse infrastrutture decentralizzate che consentono a dissidenti, attivisti e cittadini oppressi di ricevere fondi da tutto il mondo, vengono anche sfruttate da regimi autoritari per eludere sanzioni e finanziare progetti militari avanzati. Questo include lo sviluppo nucleare, l’acquisto di droni da combattimento, e la costruzione di tecnologie strategiche. E tutto questo avviene al di fuori dei circuiti bancari tradizionali.
E non abbiamo ancora toccato Palantir.

Corea del Nord, Ucraina, Russia e Hamas nella guerra crypto

Negli ultimi anni, il gruppo Lazarus – un’unità di hacker sostenuta dal governo nordcoreano – ha orchestrato furti di criptovalute per un valore di miliardi. Il colpo più significativo: 1,5 miliardi di dollari rubati da ByBit. Secondo agenzie di intelligence, una parte rilevante di questi fondi è finita direttamente nel programma di armamento nucleare nordcoreano.

L’Ucraina, invece, ha abbracciato apertamente le crypto dopo l’invasione russa del 2022. Il governo ha raccolto decine di milioni in Bitcoin, Ethereum e altri asset per acquistare equipaggiamento da campo: elmetti, giubbotti antiproiettile, sistemi di comunicazione e mirini per fucili.
Eppure, oggi Arkham Intelligence monitora appena 0,133 BTC nei wallet pubblici ufficiali dell’Ucraina. Dove sono finiti gli altri fondi? La mancanza di trasparenza sta suscitando dubbi all’interno della stessa community crypto.

FONTE: X

Anche la Russia non è rimasta a guardare. Diverse organizzazioni sotto sanzione sono state collegate all’uso diretto di criptovalute per sostenere l’invasione in corso. Secondo Chainalysis, le crypto sono state usate per acquistare armamenti, droni e materiale protettivo, sfruttando wallet anonimi e piattaforme che operano al di fuori delle giurisdizioni occidentali.

Anche Hamas ha cercato di raccogliere fondi in crypto. Le autorità statunitensi hanno già iniziato a sequestrare wallet e fondi associati, in base alle normative sul contrasto al finanziamento del terrorismo. L’uso delle criptovalute, in questo contesto, si è trasformato in un nuovo campo di battaglia finanziaria.

Palantir e l’intreccio tra difesa, tecnologia e crypto

Ma il vero nodo è Palantir. L’azienda è diventata famosa per aver gestito l’infrastruttura dati dietro al Patriot Act, la legge che ha legittimato il monitoraggio di massa dei cittadini americani dopo l’11 settembre. Il livello di sorveglianza era tale che Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e noto investitore in startup tech e crypto, ha dovuto più volte difendersi pubblicamente da accuse estreme, persino di tipo religioso.

Palantir opera da oltre dieci anni nel settore della sicurezza globale. Dalle operazioni antiterrorismo in Medio Oriente al supporto d’intelligence militare in Ucraina, è presente in quasi ogni scenario ad alta tensione.
Nel 2021, l’azienda ha iniziato ad accettare pagamenti in Bitcoin da clienti istituzionali, ma ad oggi non detiene BTC o altri token nel proprio bilancio. Tuttavia, dichiarazioni pubbliche e segnali di mercato suggeriscono un interesse crescente verso gli asset digitali.

Il motivo è chiaro: il denaro si sta spostando. E i flussi finanziari che prima passavano attraverso banche e circuiti Swift, ora viaggiano sulle blockchain. Pagamenti peer-to-peer, wallet anonimi, stablecoin, DAO, e strumenti DeFi stanno diventando parte integrante della finanza globale, anche nei contesti bellici.

Palantir, con un contratto da 10 miliardi di dollari firmato con l’esercito americano, gioca un ruolo sempre più centrale nella strategia militare e nella gestione dell’informazione. Se decidesse di entrare davvero nel mondo crypto, non si tratterebbe solo di investimento, ma di controllo.
Il rischio? Che le stesse reti nate per decentralizzare il potere vengano progressivamente colonizzate da soggetti istituzionali con agende geopolitiche.

Una guerra sempre più digitale

Le guerre moderne non si combattono più solo con carri armati o soldati sul campo. Sono alimentate da dati, da reti decentralizzate e da strumenti finanziari digitali. Un wallet crypto può contenere risorse strategiche. Una transazione può finanziare una cellula militare o un’operazione di controspionaggio.

Palantir siede oggi al centro di questo ecosistema. La sua tecnologia alimenta le operazioni di sorveglianza e analisi, mentre il mondo crypto fornisce l’infrastruttura per spostare fondi con velocità e anonimato. L’incrocio tra i due mondi apre scenari senza precedenti.

Stiamo entrando in un’epoca in cui la guerra sarà sempre più algoritmica, anonima e decentralizzata. Non si tratterà solo di chi ha più potere militare, ma anche di chi ha più accesso ai dati, agli asset digitali e ai network finanziari emergenti.

La domanda vera è: ci stiamo liberando o ci stiamo solo spostando verso un nuovo tipo di controllo?

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Clara Rosati

Ha conseguito una laurea magistrale con una tesi sull’evoluzione della tecnologia blockchain, approfondendo in particolare le sue applicazioni nei sistemi economici digitali. Ha collaborato con diverse testate scrivendo articoli su criptovalute, finanza decentralizzata e innovazione tecnologica, e ha partecipato a... Leggi di più

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