Roman Storm, uno dei creatori di Tornado Cash, è stato giudicato colpevole da una giuria di Manhattan per aver gestito un’attività di trasmissione di denaro senza licenza. Il verdetto è arrivato dopo quattro settimane di testimonianze e dibattimenti in aula. Per questa sola accusa, Storm rischia fino a cinque anni di carcere. Ma si tratta solo di un capitolo di una battaglia legale molto più ampia.

Giuria bloccata sulle accuse più gravi: riciclaggio e sanzioni

Storm era anche accusato di riciclaggio di denaro e violazione delle sanzioni statunitensi, reati ben più gravi che prevedono fino a 20 anni di reclusione ciascuno. Tuttavia, la giuria non è riuscita a raggiungere un verdetto su questi punti. I procuratori federali potranno ora decidere se riportare le accuse in tribunale con un nuovo processo. La sentenza relativa alla condanna non è stata ancora calendarizzata.

L’accusa: “Ha aiutato criminali a nascondere le tracce”

I procuratori non hanno usato mezzi termini. Secondo l’accusa, Tornado Cash non sarebbe stato semplicemente uno strumento per proteggere la privacy degli utenti, ma un canale diretto per il riciclaggio di fondi illeciti. Stando ai dati forniti in aula, oltre un miliardo di dollari sarebbe transitato attraverso il mixer, gran parte dei quali legati ad attività criminali, truffatori online e persino al famigerato Lazarus Group nordcoreano. Il messaggio lanciato dal governo è stato chiaro: non puoi costruire uno strumento e poi voltarti dall’altra parte mentre viene utilizzato dai peggiori attori del web.

La difesa: “Era solo codice, pubblicato come open-source”

Gli avvocati di Storm hanno rigettato fermamente le accuse, sostenendo che il loro assistito si fosse limitato a scrivere codice e a pubblicarlo come software open-source, senza avere alcun controllo su come o da chi sarebbe stato utilizzato. Secondo la difesa, Storm non ha mai tratto profitto dalle attività illecite contestate e non era responsabile dell’uso improprio della piattaforma. “Scrivere un tool non significa essere colpevoli di come viene utilizzato”, hanno dichiarato in aula.

Tornado Cash: il processo contro Roman Storm apre un precedente per gli sviluppatori crypto

Durante il processo, l’accusa ha presentato prove forensi e testimonianze che collegherebbero Tornado Cash a fondi cripto rubati. Un truffatore ha testimoniato di aver utilizzato la piattaforma per riciclare i proventi della vendita di NFT. I pubblici ministeri hanno persino mostrato alla giuria magliette promozionali di Tornado Cash con disegnate lavatrici stilizzate, a suggerire il ruolo del mixer come “lavatrice digitale” per denaro sporco.

Nonostante ciò, i giurati non sono riusciti a raggiungere un verdetto unanime sulle accuse più gravi: riciclaggio di denaro e violazione delle sanzioni USA.

Sviluppatori nel mirino: cresce la preoccupazione

L’esito del processo ha acceso un forte allarme tra gli sviluppatori di software open-source. Se scrivere codice può portare al carcere, dove si traccia il confine tra innovazione e responsabilità legale? Molte applicazioni decentralizzate nel mondo crypto possono essere utilizzate per fini illeciti — ma questo rende automaticamente colpevoli anche i creatori?

Il caso Storm ha riacceso il dibattito su quanto possa (e debba) estendersi la responsabilità penale in ambienti decentralizzati e open-source. La linea tra sviluppatore e complice, al momento, resta sfocata.

Un caso simbolo in una repressione globale più ampia

Roman Storm non è l’unico a finire sotto la lente delle autorità. All’inizio dell’anno, il collega sviluppatore di Tornado Cash, Alexey Pertsev, è stato condannato nei Paesi Bassi. Negli Stati Uniti, i fondatori del mixer Samourai Wallet si sono recentemente dichiarati colpevoli di aver riciclato centinaia di milioni in criptovalute di provenienza illecita.

Il messaggio delle autorità è sempre più chiaro: la tolleranza per gli strumenti che facilitano il crimine nel mondo crypto è finita.

Cosa succede ora

Storm attende ora la sentenza per la condanna, mentre resta aperta la possibilità di un nuovo processo per le accuse più pesanti su cui la giuria non ha trovato un accordo. I suoi avvocati hanno già annunciato l’intenzione di impugnare il verdetto.

Indipendentemente dall’esito finale, il caso è destinato a diventare un punto di riferimento nel modo in cui il sistema giudiziario affronta gli strumenti nati per tutelare la privacy ma usati da criminali. E la questione centrale – fin dove arriva la responsabilità di chi scrive il codice? – rimane oggi più attuale che mai.

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Clara Rosati

Ha conseguito una laurea magistrale con una tesi sull’evoluzione della tecnologia blockchain, approfondendo in particolare le sue applicazioni nei sistemi economici digitali. Ha collaborato con diverse testate scrivendo articoli su criptovalute, finanza decentralizzata e innovazione tecnologica, e ha partecipato a... Leggi di più

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