Il G7 ha ufficialmente trasformato il contrasto alle operazioni di hacking della Corea del Nord in una priorità geopolitica formale. Durante il vertice di Evian conclusosi ieri, i leader delle sette economie più avanzate al mondo hanno rilasciato un comunicato congiunto puntando esplicitamente il dito contro la macchina dei furti di criptovalute di Pyongyang.

Le accuse rivolte al regime nordcoreano riguardano la sottrazione di oltre 6,75 miliardi di dollari dall’ecosistema crypto a partire dal 2017. La dichiarazione inquadra le operazioni cyber della RPDC non come un semplice problema di sicurezza informatica, ma come un vero e proprio meccanismo di finanziamento per gli armamenti.

La tensione centrale sollevata dal comunicato del G7 è evidente: coordinare l’applicazione delle leggi internazionali contro i furti sponsorizzati dallo Stato è un obiettivo facile da dichiarare, ma straordinariamente difficile da attuare. Il documento di Evian appare ricco di intenzioni, ma ancora scarno sui meccanismi operativi concreti.

L’esercito delle sette nazioni

Solo nel corso del 2025, gli hacker nordcoreani hanno rubato 2,02 miliardi di dollari in criptovalute, segnando un balzo del 51% rispetto ai già allarmanti 1,34 miliardi registrati nel 2024 attraverso 47 incidenti. L’evento più rilevante di questa serie è stato l’attacco a Bybit nel febbraio 2025, dove sono stati sottratti 1,5 miliardi di dollari dall’exchange, in quello che rimane il più grande furto crypto della storia.

L’FBI ha attribuito l’intrusione in Bybit a un gruppo di hacker nordcoreani noto come TraderTraitor, pubblicando un avviso IC3 (psa250226) in cui si sottolinea come gli asset rubati vengano rapidamente convertiti in Bitcoin e altre criptovalute prima che inizi il processo di riciclaggio. Tali operazioni sono progettate per la massima velocità: l’obiettivo è spostare il valore fuori dalle posizioni on-chain tracciabili prima che le società di analisi blockchain possano contrassegnare i wallet coinvolti.

Il ritmo non è rallentato nel 2026. Secondo TRM Labs, solo due attacchi legati alla RPDC, diretti contro Drift Protocol (un exchange di perpetual su Solana) e KelpDAO (un protocollo di liquid restaking su Ethereum), hanno causato perdite per 577 milioni di dollari fino ad aprile 2026. Questa cifra da sola rappresenta il 76% di tutte le perdite globali per furti crypto segnalate finora quest’anno.

G7 contro gli attacchi della Corea del Nord

La dichiarazione di Evian poggia su tre pilastri fondamentali: il rafforzamento del coordinamento politico tra i membri del G7, un’applicazione più rigorosa dei regimi sanzionatori esistenti e lo smantellamento delle reti di riciclaggio che convertono le criptovalute rubate in fondi utilizzabili.

“Ribadiamo la necessità di affrontare congiuntamente i furti di criptovalute e i crimini informatici della Corea del Nord”, hanno dichiarato i leader del G7.

Il Giappone è stato il principale promotore dell’inserimento di questo tema in agenda. Il ministro delle Finanze Katayama Satsuki ha pubblicamente esortato i partner del G7 a rafforzare la risposta all’hacking nordcoreano durante una conferenza stampa il 18 maggio 2026, definendo l’iniziativa come la prima volta in cui il gruppo considera formalmente una risposta collettiva ai furti crypto di Stato.

Precedenti discussioni in seno al G7 avevano ipotizzato la creazione di una task force dedicata e nuove regole di tracciabilità per le transazioni che coinvolgono wallet anonimi, inclusi obblighi di conformità più severi per gli exchange e partnership con società di analisi blockchain.

I commenti politici relativi alla dichiarazione di giugno 2026 evidenziano inoltre la pressione per imporre sanzioni secondarie agli enti che facilitano il riciclaggio per attori legati al gruppo Lazarus, oltre alla richiesta ai fornitori di servizi di asset virtuali (VASP) di bloccare proattivamente le transazioni provenienti dai wallet nordcoreani identificati.

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Federico Cappellini

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